sono ancora qui.
l'umido alle pareti pare avermi tutta riempita, foderata, dentro sono esausta, umida quasi bagnata.
verde palude si è fatta la palpebra, alghe macilente, gialle come le foglie cadute in pozzanghera formano le mie interiora, le viscere calde sono lacustri e io spettro ancora in vita solo in attesa di sole.
non ho altre parole:
levate l'ancora, è ora.
anche sola, è ora.
Elizabeth,
non si può troppo vento, a poppa e a prua.
la nave sta immobile, e la nebbia pare sia calata come un sipario a celare oltre il quale nulla si può vedere.
e niente di buono sperare.
ma io devo andare, adesso.
proprio perchè c'è vento.
la nebbia e il vento contemporaneamente!
è un prodigio infausto.
levate l'ancora, è ora.
non lo ripeterò ancora.
ma il sovrano di Francia
soffre, per voi, il ranocchio amato.
pensate a lui quando esponete la vita
a Pentecoste
io non conosco ranocchio nè sovrano
in Francia
c'è solo ferraglia agghiacciante.
un suono languente, il richiamo di una donna
distante da me. e a me vicina.
con un cappello rosso ciligia calcato in testa
guarda tutti di sotto in sù
con un'aria furbetta pare che menta
ma è rosmarino la sua verità.
una verità grigia di nebbia mattutina
che sbuffa ironia come un treno che svolta.
Alice la chiamano,
e lei poi si volta.
Elizabeth, cara, voi delirate.
treno?
what is tre no?
non abbiate di me pietà nè compassione
io vedo nel fondo del pozzo
sopra la luna,
mentre voi... la tangente che unisce i due punti vi confonde ancora.
non sono più la vostra signora.
sono acqua, anzi no, sono melma
sono l'alga che si appoltiglia
sono fanghiglia.
disprezzatemi perciò come vile fango.
di questo non ebbi mai alcun rimpianto.
venerdì 29 febbraio 2008
arpa d'arpia
avrei dovuto dirtelo,
urlartelo in faccia che io per te bruciavo, io per te morivo, come d'agosto, nelle fredde notti di marzo, di luna piena.
iena me, che mai lo ammisi questo fuoco, che speravo che fatuo languisse gemendo di torpore.
sgocciolando autodifesa la ragazza si chiudeva!
bastarda! carogna! feticcio di vita!
l'hai rovinato, hai rovinato un momento magico per la tua ansietà di definizione, per la decisione di appropriarti di ciò che è giusto ed ingiusto, lecito o illecito.
ma che ne sai tu, arpia codarda?
che ne sai, proprio tu che ti limiti a vivere nell'ombra dell'esatto sole d'agosto.la razionalità scottante e bruciante della tua sola fottuta paura di perderti.
bambina, piagnucolosa, tu dormi, ma mai riposa quel fuoco che fatuo non era, e se ne accorge nella sera.
nera di vetro, laccato petrolio.
la mia lingua sgomenta cerca il tuo acre respiro, e pecca tre volte, non contro te solo, ma contro il tempo e la dimensione, poichè vuol riportare a nascere qualcosa che muore.
e palpita, e soffre.
e muore, in ogni momento, come la mia vita dispersa, in attesa di un segno.
un altro miraggio a cui chiedere pietà per questa carcassa dolente, incapace di vita.
urlartelo in faccia che io per te bruciavo, io per te morivo, come d'agosto, nelle fredde notti di marzo, di luna piena.
iena me, che mai lo ammisi questo fuoco, che speravo che fatuo languisse gemendo di torpore.
sgocciolando autodifesa la ragazza si chiudeva!
bastarda! carogna! feticcio di vita!
l'hai rovinato, hai rovinato un momento magico per la tua ansietà di definizione, per la decisione di appropriarti di ciò che è giusto ed ingiusto, lecito o illecito.
ma che ne sai tu, arpia codarda?
che ne sai, proprio tu che ti limiti a vivere nell'ombra dell'esatto sole d'agosto.la razionalità scottante e bruciante della tua sola fottuta paura di perderti.
bambina, piagnucolosa, tu dormi, ma mai riposa quel fuoco che fatuo non era, e se ne accorge nella sera.
nera di vetro, laccato petrolio.
la mia lingua sgomenta cerca il tuo acre respiro, e pecca tre volte, non contro te solo, ma contro il tempo e la dimensione, poichè vuol riportare a nascere qualcosa che muore.
e palpita, e soffre.
e muore, in ogni momento, come la mia vita dispersa, in attesa di un segno.
un altro miraggio a cui chiedere pietà per questa carcassa dolente, incapace di vita.
giovedì 28 febbraio 2008
perdona
smetterla di crederlo possibile
è facile in questa infausta
ritrosia di vivere.
ma io spero
non più con cuore
o con coraggio acceso
ma con i talloni
tonfo sordo esterrefatto
di essere perso migrante.
perchè questo arrancare?
vedere una frase su di un muro un guru vero saggio metropolitano scrive chi dubita di poter volare perde la capacità di farlo: I-v-a-n
ma chi lo hai mai dubitato chiedo io... cos'è questo sfracellamento al suolo?
me ne dolgo se ho offeso
se non ho difeso strenuamente, anche se ingenuamente credevo di farlo...
non so cos'ho sbagliato, chi non ho considerato.
ma questo arrancare fa male,
perdona il mio dolore.
stanco.
esausto.
muto.
che non giunge fino a te, quando è l'unica cosa che deve, che chiede
limina materia
peso inconsistente
vagare alacremente
morire e poi chissà
lumina favella
dirti è la tua stella
credere veramente
eppure poi chissà
limina materia
muro contro tendine
stare sopra un credere
morire o no chissà
lumina favella
la notte ha la sua stella
tu sogna ma poi veglia
riuscire o no chissà
è facile in questa infausta
ritrosia di vivere.
ma io spero
non più con cuore
o con coraggio acceso
ma con i talloni
tonfo sordo esterrefatto
di essere perso migrante.
perchè questo arrancare?
vedere una frase su di un muro un guru vero saggio metropolitano scrive chi dubita di poter volare perde la capacità di farlo: I-v-a-n
ma chi lo hai mai dubitato chiedo io... cos'è questo sfracellamento al suolo?
me ne dolgo se ho offeso
se non ho difeso strenuamente, anche se ingenuamente credevo di farlo...
non so cos'ho sbagliato, chi non ho considerato.
ma questo arrancare fa male,
perdona il mio dolore.
stanco.
esausto.
muto.
che non giunge fino a te, quando è l'unica cosa che deve, che chiede
limina materia
peso inconsistente
vagare alacremente
morire e poi chissà
lumina favella
dirti è la tua stella
credere veramente
eppure poi chissà
limina materia
muro contro tendine
stare sopra un credere
morire o no chissà
lumina favella
la notte ha la sua stella
tu sogna ma poi veglia
riuscire o no chissà
mercoledì 27 febbraio 2008
Anna
Anna danza davanti all'immagine di sè che lo specchio le rimanda. e ride e danza.
Anna sforma la sua faccia e si commuove e ride ancora.
Non si accorge che allo specchio è passata un'ora, non lo nota no...
è basita d'essere così... così... così... maledettamente bella, perfetta!
Si ammira, ride, ghigna, si piange addosso solo per rivedere ancora i suoi lineamenti cambiare.
Poi fa un'altra danza, un ringraziamento alla bambina, alla madre, che la guarda e apre un invisibile ventaglio multicolore, un giro, un inchino, l'ultimo sorriso estasiato.
"Ua uuu" le uniche parole che salutano complici la gemella, mentre svanisce lentamente di lato.
Anna allo specchio è sempre annA. E lei lo sa...
Anna sforma la sua faccia e si commuove e ride ancora.
Non si accorge che allo specchio è passata un'ora, non lo nota no...
è basita d'essere così... così... così... maledettamente bella, perfetta!
Si ammira, ride, ghigna, si piange addosso solo per rivedere ancora i suoi lineamenti cambiare.
Poi fa un'altra danza, un ringraziamento alla bambina, alla madre, che la guarda e apre un invisibile ventaglio multicolore, un giro, un inchino, l'ultimo sorriso estasiato.
"Ua uuu" le uniche parole che salutano complici la gemella, mentre svanisce lentamente di lato.
Anna allo specchio è sempre annA. E lei lo sa...
martedì 26 febbraio 2008
DI PRECISE PAROLE
Di acqua e di respiro
di passi sparsi
di bocconi di vento
di lentezza
di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro
di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti
di come fare
di come dire
di come fare a capire
di alti
di bassi
battiti del cuore
fasi della luna
e ritmi della terra
di intelligenza
di intermittenza
si vive di danze
di ballo sociale
di una promessa
di un faccia differente
di mediocri incontri
di bellezze
di profumi ardenti
di accidenti
rotolando si gira, si balla
si vive, si fa festa
quella, questa
si picchia forte col piede
nella danza
e si sbaglia il passo
si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi
è di lavoro
è opposizione
è corruzione
si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l'estate
rotolando si vive
di discorsi leggeri
cori
di maschere notturne
canto e discanto
e giù divieti
e oli sulla pelle
e sorrisi di fantasmi
e fantasmi fotografati
e giù campane annuncianti
si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.
Di questo si vive
e di tant'altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.
di passi sparsi
di bocconi di vento
di lentezza
di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro
di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti
di come fare
di come dire
di come fare a capire
di alti
di bassi
battiti del cuore
fasi della luna
e ritmi della terra
di intelligenza
di intermittenza
si vive di danze
di ballo sociale
di una promessa
di un faccia differente
di mediocri incontri
di bellezze
di profumi ardenti
di accidenti
rotolando si gira, si balla
si vive, si fa festa
quella, questa
si picchia forte col piede
nella danza
e si sbaglia il passo
si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi
è di lavoro
è opposizione
è corruzione
si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l'estate
rotolando si vive
di discorsi leggeri
cori
di maschere notturne
canto e discanto
e giù divieti
e oli sulla pelle
e sorrisi di fantasmi
e fantasmi fotografati
e giù campane annuncianti
si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.
Di questo si vive
e di tant'altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.
venerdì 22 febbraio 2008
fachiro in stazione feroce
io non posso sbagliare
mi ha detto un fachiro orientale
sbraitando alla stazione
feroce
la constatazione del mio errare
percorrere
abolire
unire
pianto funesto
solitudine disprezzata
luce di lama
mi ha detto un fachiro orientale
sbraitando alla stazione
feroce
la constatazione del mio errare
percorrere
abolire
unire
pianto funesto
solitudine disprezzata
luce di lama
martedì 19 febbraio 2008
malandato passo, fatica nascente... ti sento vicino ma inconsistente
continuo a credere nel mio vedere, volere, volare a te
ma tu manchi, ti distrai, arranchi.
ti chiamo forte
con ardore
ardore e stupore
muto pesce io
muto sasso tu
giochiamo ma nessuno dei due sta più a galla
ho bisogno di una corda
per scappare
e tu solo me la puoi dare
lo capisci non è più tempo
nemmeno per me che dissuadevo
il momento.
scappare fino a te sulla mia nave gialla
che sta a galla
è il sogno di molte notti solitarie
continuo a credere nel mio vedere, volere, volare a te
ma tu manchi, ti distrai, arranchi.
ti chiamo forte
con ardore
ardore e stupore
muto pesce io
muto sasso tu
giochiamo ma nessuno dei due sta più a galla
ho bisogno di una corda
per scappare
e tu solo me la puoi dare
lo capisci non è più tempo
nemmeno per me che dissuadevo
il momento.
scappare fino a te sulla mia nave gialla
che sta a galla
è il sogno di molte notti solitarie
mercoledì 13 febbraio 2008
al fondo
arrivare al fondo e sentire crollare come una resistenza, una pesante patina di dolore nel tonfo sordo dell'armatura, caduta è cristallo di mille pezzi puntuti che bucano gli occhi, come spilli le attese, le paure, le ansie e le sconfitte, il male e la fame, la lontananza e la distanza, l'impotenza e la sua rabbia. sentirle crollare al suolo malandate e nude, aborrire il loro orrore che punge cercando di farci del male, del passato, del dolore subito.
e subito trovarsi esposti ad un nuovo giorno con la luce che illumina una pelle densa come un frutto maturo, giovane, vitale, una pelle che non sa lasciarsi guidare.
Ritrovarsi nudi in pieno giorno,
con davanti due occhi guardinghi
che scrutano accarezzando voracemente, delicatamente.
Lasciarsi cullare da quelle onde, volontà supine di dominio.
Lasciami andare mi fa tremare, il tuo sguardo benevolo è accecante e così non posso difendere il male languente presente e invisibile.
Ma lui. Lei. che non fa differenza. Con una doppia voce distorta diceva rimani rimani alla gogna, ragazza mia non può che farti bene. Non può che farti bere. La gogna è per pochi attimi, ma servono, la gioventù serve a questo.
Non ti giudicare
Non ti giudicare
Non ti giudicare
Urlava intanto un angelo castrato,
rammendato al cranio rasato.
E io scomparivo,
scomparivo e perivo
Mentre infierivano le fiere nere, fiele, il grigio ululava alla luna guaiti di sfortuna.
Un gatto nero attraversava la stanza e offuscava la lampada gemente.
Di tutta quella gente nessuno suonava il liuto.
E io che avevo fiuto. Volevo svegliarmi e andare. Ma me ne trattenevano dal restare.
E sbraitavano che ero fuori tempo.
E io tenevo il ritmo insistente, come un tamburo battente
Della mia armatura inesistente
Ma ancora del tutto presente.
E urlavano non ti far del male per l’amor del Cielo, nero.
Lascia la peste al mondo intero, ma di questo male saziati e alzati.
E io che non volevo capire cieca e sola, con la mia distorta andatura zoppa, calcagno radente, mi sono alzata fischiando sguaiatamente.
Li ho insultati con la grazia di un mio cenno, senza un ripensamento, l’assoluto a cui anelo.
Ho insultato il fango santo, la merda latente, e nera che voleva rendermi padrona della mia notte.
Ora mi vergogno di questo sole. Di questa “santa verità”.
La partita non è perduta, ma è vinta a metà.
arrivare al fondo e sentire crollare come una resistenza, una pesante patina di dolore nel tonfo sordo dell'armatura, caduta è cristallo di mille pezzi puntuti che bucano gli occhi, come spilli le attese, le paure, le ansie e le sconfitte, il male e la fame, la lontananza e la distanza, l'impotenza e la sua rabbia. sentirle crollare al suolo malandate e nude, aborrire il loro orrore che punge cercando di farci del male, del passato, del dolore subito.
e subito trovarsi esposti ad un nuovo giorno con la luce che illumina una pelle densa come un frutto maturo, giovane, vitale, una pelle che non sa lasciarsi guidare.
Ritrovarsi nudi in pieno giorno,
con davanti due occhi guardinghi
che scrutano accarezzando voracemente, delicatamente.
Lasciarsi cullare da quelle onde, volontà supine di dominio.
Lasciami andare mi fa tremare, il tuo sguardo benevolo è accecante e così non posso difendere il male languente presente e invisibile.
Ma lui. Lei. che non fa differenza. Con una doppia voce distorta diceva rimani rimani alla gogna, ragazza mia non può che farti bene. Non può che farti bere. La gogna è per pochi attimi, ma servono, la gioventù serve a questo.
Non ti giudicare
Non ti giudicare
Non ti giudicare
Urlava intanto un angelo castrato,
rammendato al cranio rasato.
E io scomparivo,
scomparivo e perivo
Mentre infierivano le fiere nere, fiele, il grigio ululava alla luna guaiti di sfortuna.
Un gatto nero attraversava la stanza e offuscava la lampada gemente.
Di tutta quella gente nessuno suonava il liuto.
E io che avevo fiuto. Volevo svegliarmi e andare. Ma me ne trattenevano dal restare.
E sbraitavano che ero fuori tempo.
E io tenevo il ritmo insistente, come un tamburo battente
Della mia armatura inesistente
Ma ancora del tutto presente.
E urlavano non ti far del male per l’amor del Cielo, nero.
Lascia la peste al mondo intero, ma di questo male saziati e alzati.
E io che non volevo capire cieca e sola, con la mia distorta andatura zoppa, calcagno radente, mi sono alzata fischiando sguaiatamente.
Li ho insultati con la grazia di un mio cenno, senza un ripensamento, l’assoluto a cui anelo.
Ho insultato il fango santo, la merda latente, e nera che voleva rendermi padrona della mia notte.
Ora mi vergogno di questo sole. Di questa “santa verità”.
La partita non è perduta, ma è vinta a metà.
martedì 12 febbraio 2008
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