mercoledì 30 aprile 2008

la luna di pomeriggio


FIUME BIANCO_STEFANO DIANIN


"La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. E' un'ombra biancastra che affiora dall'azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? E' così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste. E' come un'ostia trasparente, o una pastiglia mezzo dissolta; solo che qui il cerchio bianco non si sta disfacendo ma condensando, aggregandosi a spese delle macchie e ombre grigiazzurre che non si capisce se appartengano alla geografia lunare o siano sbavature del cielo che ancora intridono il satellite poroso come una spugna".

Italo Calvino, "La luna di pomeriggio", (in Palomar)

lunedì 28 aprile 2008

ciascuno cresce solo se sognato




C'è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto
così guidato

C'è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

DANILO DOLCI

Tra le sue opere, alcune in forma poetica e altre in prosa, ricordiamo "Inventare il futuro", "Dal trasmettere al comunicare", "Non sentite l'odore del fumo?", "Creatura di creature", "Palpitare di nessi", "Poema umano". Negli ultimi anni della sua vita ha promosso molte iniziative di educazione alla pace e alla non-violenza per gli insegnanti proponendo un impegno sociale che fosse finalizzato - come ha affermato - non alla conquista del potere ma ad aumentare il potere di ciascun uomo contro il "virus del dominio".

giovedì 24 aprile 2008

Riflessioni_Il marginale




Nell'era della liquidità asciughiamo le scale

La periferia e la pianura sono due universi simili, poiché entrambe sono propaggini terrene che proseguono linearmente verso un altrove, l'una si innalza di piani e barricate povere, l'altra si estende in un modo rettilineo, ma entrambe sono marginali e si estendono.
L'una, la periferia, perchè esterna al centro, alla città di cui solo lateralmente fa parte, l'altra perchè nella sua espansione non ha un centro proprio, sfugge continuamente di lato come una linea che non crea un'area, un territorio, ma una continuità di movimento, un moto comunque immobile, se non altro perchè ripropone se stesso senza variazioni.
Un “caos calmo” per dirla con un titolo famoso.
Entrambe pullulano del troppo pieno e del vuoto, possibili intrecci di una futuribile manifestazione.
L'evento schiacciato e disgiunto insieme, non è mai stato più tangibile e possibile che in questi due mondi speculari di mattoni, cemento, alfabetizzazione civile convulsa ed utilitaristica, fatta di modelli prefabbricati fondamentalmente volgari, e di lentezza arcaica, pieno di terra, muscolo capace di poca astrazione, ma fibra di serena sacralità comunitaria.
Perchè un Pasolini fu così attratto dallo svuotamento nel cittadino periferico del sacro incolto poeta contadino, così tenero, paziente, mite, “pio bove” d'assoluto?
Cosa è realmente sfuggito in questo cambiamento, cosa definitivamente perduto?
Anche nella miseria c'è la poesia, lo sappiamo che i fiori non nascono nello splendore, è solo un cambiamento ma l'uomo è identico a se stesso e questo, purtroppo lo sappiamo, è destinato a ripetersi.
Erodoto scrivendo la storia della Grecia Antica aveva già scritto tutta la storia dell'uomo: guerre, devastazioni, violenza, litanie di madri, eroismi invisibili di chi sa attendere...
non siamo mai cambiati, oggi potremmo realmente?
Cosa si rischia in questo presunto cambiamento antropologico?
Personalmente credo niente, si parlava degli anni '80 come anni del riflusso, io credo che mai come nel nostro presente, oggi, si possa parlare di nulla di nuovo, la letteratura è costretta a rileggersi a ripiegare su se stessa riscrivendo di sé, la televisione già stanca dopo solo cinquant'anni di fatua cronaca umana è già all'amarcord autorefenziale, la filosofia scopre lo zen e si rilegge da capo mettendosi in dubbio dai suoi albori...
Ragazzi, davvero niente di nuovo sul fronte occidentale, credetemi, nulla è perso, è solo un poco da rifare, e a volte è un sollievo.
La storia ci guarda e... ci chiede un restyling, tutto qui: nessun lirismo, nessuna stoica solennità, mascelle tirate o pugni chiusi, solo umiltà mite di lavoro costante, quello di ritracciare qualche rotta per una nave che imbarca acqua; tanto la meta è vicina: TERRA!
Abbiamo visto la terra dalla luna, è una prospettiva inedita che ci confonde ancora, ma abbiamo visto che per quanto grande il suolo su cui camminiamo è solo marginale, una galassia laterale di un grande nero in espansione.
Siamo marginali.
Il contemporaneo (l'uomo contemporaneo intendo) può fare e dire qualcosa solo se annulla il protagonismo, il titanismo; perchè dev'essere uno strenuo eroico combattente, ma al contempo un milite ignoto.
Bando ai protagonismi laceranti, lasciamoli da parte, ci guadagneremo tutti anche perchè ormai si può solo essere umili, sarà che poi noi siamo Italiani, almeno io che scrivo e così mi esprimo, so quanta storia accresce la mia vista ed è tanta e grande a tal punto da rendermi miope.
Lo so che di qualcosa dovrò ignorare, lo so, perchè è sempre più importante fare.
Allora bisogna essere umili.
Umili e consapevoli delle nostre eredità disattese, lavorare per aggiungere un goccio, anzi per toglierlo, per asciugare le scale di una biblioteca che, come diceva Borges, è infinita e ha previsto tutto.
Anche il nostro riflusso.

martedì 22 aprile 2008

sette0_nel nero dell’oro




ero uno di loro
ti amavo ti amavo
ma l'impossibilità
di librarsi in volo
mi richiamò tra i loro

tra i corvi
fatiscenti
dei loro richiami
ideali di assoluto
di bombe di non perdono

io mi pento mi pento
di essere stato tra i loro
il nero della stagione più chiara
promessa sparata
vergine violata



lunedì 21 aprile 2008
Ambiente_Alice

stiamo ancora cercando, ma Alice è la figura di una cicatrice, di una storia lasciata sospesa da un'esplosione violenta.
Alice va lì dove i burroni della nostra storia recente non si sono rimarginati e poco collimano con l'idea di verità che ci siamo fatti poi per interpretarli...
va dove è rimasto l'abisso squarciato di una domanda intensa di senso, totale, che la brutalità della storia a causa della nefandezza di qualcuno ha spento con terrore.
Alice la bambina gioca ancor di più oggi che ieri "nei pericoli", nei tranelli della lingua, di quella stessa retorica oggi divenuta unica e schiacciante.
il baratro di Alice è la scelta, il potenziale, ciò che oggi rischiamo di perdere e che solo può salvare...
non avremo mai finito, oggi so che quello che faremo d'ora in poi sarà per Alice: recuperare il salto, il volo della bambina curiosa, libera.

L.
Sub_stantia Teatro

sabato 19 aprile 2008

Fumando il narghilè numero 0



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La possibilità si assesta nella pausa
nell’esitazione
nell’attimo prima dell’azione
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Stilizzando… Molto concettualmente… Il tuo disdegno… Si potrebbe paragonare all’abbraccio di uno zero… Nella linea sgomenta… Di una traiettoria spaurita...

Come scusi?

Zero.

Cosa significa?

Zero. Niet. Nulla.

Sta dicendo che io non valgo...

Sto dicendo che tu sei zero.

000000?

Sì anche…

E che ci posso fare?

Aggiungere un numero.

Aggiungere un num… e dove lo trovo un numero, sulle piante forse che adesso ci crescono?

Ci sono le radici, dove ne trovi parecchi… per stare nel solo campo botanico…

Le radici? Le devo mangiare, ma dai che ci devo fare con delle radici..?

Con le radici se sono solide, ben piantate come una casa, hanno le ben quattro posizioni cardinali nord sud ovest est rappresentate… le potrei tracciare con una linea e ti accorgerai che la loro forma è il quadrato… beh… bando alle ciance… in queste radici stabili. Oimè la testa… quadrate, si trovano in natura un gran sacco di numeri.

E che ci faccio se son zero?

Li accetti, senza interferire. È dignitoso.

Utile.

Si può essere estremamente utile soprattutto con alcuni numeri primi, ma è sopra ogni cosa dignitoso.

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La possibilità si assesta nella pausa
nell’esitazione
nell’attimo prima dell’azione
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venerdì 18 aprile 2008

il pianto della scavatrice (I) Pier Paolo Pasolini

solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. l'anima non cresce più.
ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

echeggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri- in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognuno, era il mondo.

una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un pò di calda nuvolaglia.
è la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.
uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole-

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
e, come allora, scompaiono cantando.

a te, che ancora cerco
e amo.

giovedì 17 aprile 2008

telepolis_1




ordine/disordine
e ancora ordine/disordine
come respirare, parole concetti trasudati oltrepassati da uno sguardo
un attimo una scintilla come luce di una voce driiin la campanella
ma la domanda rimbalza nella testa driiin sempre quella

"telepolis" è la nuova piazza della civile convivenza
parola chiave? democrazia
rielaborazione di fantasie diverse
è ancora passare la puntura di una stella a una testa riccioluta
Un miracolo sorgente tra una cattedra e un balzello
bacchetta magica di un pulsante che rimane dolorante

vari spazi
palla-libro-telecomando
tra passato presente e futuro
qualcuno è già annegato ma il frutto colorato
ingoiato gommoso diventa
e rimbalza fino a te e alla prossima riprova

driiin la domanda: la domanda ti bracca
libertà od oppressione?
se il gioco è di tutti possibilità d'azione
telepolis è un racconto in tempo reale
che mischia le carte e pesca dal mazzo
scoprendo il presente in un solo momento


ADESSO
QUI E ORA
SIAMO NOI

lunedì 14 aprile 2008

perchè se una terra non è comunità, che cos'è?

(...) questo concetto dell'immediato e del locale è molto importante e ha molto a che fare con l'aspettativa di cui parlavamo prima. è qualcosa che esiste e che in questo momento forse dovremmo riconsiderare a fondo. in molte parti del mondo, quantomeno in Europa, le linee direttive dei partiti politici che un tempo ci facevano da guida rispetto al passato e al futuro, sono talmente confuse e incoerenti che noi siamo tentati di sentirci persi e in questo smarrimento dobbiamo tornare a quanto ho appena descritto... a questa solidarietà del qui e ora.
ma perchè le identità politiche si dissolvono e sono tanto confuse? proprio perchè i grandi leader politici che ci parlano indirettamente attraverso gli schermi televisivi sanno che il loro margine di manovra è infinitamente inferiore a quello che fingono di possedere.
sono praticamente senza potere perchè, in realtà, le decisioni vengono prese altrove dal nuovo ordine economico mondiale.

La mancanza di potere degli uomini politici rappresenta la frammentazione e la polverizzazione della politica. è un dato di fatto e noi, con questo senso di condivisione, di resistenza del qui e ora, proprio perchè affrontiamo il qui e ora che a sua volta porta ad altri qui e ora, se siamo in grado di riconoscerlo abbiamo un certo grado di manovra e di scelta.
e questa è una realtà politica molto importante che caratterizza tutto il mondo. non dobbiamo concentrarci sull'astrazione, bensì sulle piccole- e talvolta grandi- scelte individuali e collettive, perchè è lì che sta l'iniziativa.
potreste replicare, "ma sei davvero ingenuo, con quale organizzazione possiamo fare una cosa del genere? sembra una cosa tra di noi, in famiglia." pazienza, pazienza, perchè i grandi movimenti della storia sono sempre iniziati in quelle piccole parentesi che chiamiamo "nel frattempo". dedichiamoci a stare, a essere, in quel "frattempo".

estratto da "Omaggio a John Berger" a cura di Maria Nadotti
dalla rivista Lo Straniero n.92

giovedì 10 aprile 2008

siamo sempre tutti coinvolti




"nei sogni cominciano le responsabilità"
Delmore Schwartz

martedì 8 aprile 2008

la strada su cui puoi contare

C'è solo la strada
di Gaber - Luporini

[parlato] Lidia, ti amo.
Lidia, ho bisogno di te.
Poi la stringo e la bacio, infagottato d'amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. E la cosa continua bellissima per giorni e giorni. Una nave, con una rotta precisa che ci porta dritti verso una casa, una casa con noi due soli. Una gran tenerezza e una porta che si chiude.

Nelle case non c'è niente di buono
appena una porta si chiude dietro a un uomo
succede qualcosa di strano, non c'è niente da fare
è fatale, quell'uomo comincia a ammuffire.
Basta una chiave che chiuda la porta d'ingresso
che non sei già più come prima
e ti senti depresso.
La chiave tremenda, appena si gira la chiave
siamo dentro a una stanza:
si mangia, si dorme, si beve.

[parlato] Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti, aspirine per tutti, gli assorbenti, il cotone, i confetti Falqui. Soltanto mille e duecento lire per purgare tutta la famiglia. Un affare! Si caga, in famiglia. Si caga bene, lo si fa tutti insieme.

Nelle case non c'è niente di buono
appena una porta si chiude dietro a un uomo
quell'uomo è pesante e passa di moda sul posto
incomincia a marcire, a puzzare molto presto.
Nelle case non c'è niente di buono
c'è tutto che puzza di chiuso e di cesso:
si fa il bagno, ci si lava i denti
ma si sente lo stesso.
Amore ti lascio, ti lascio.

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

[parlato] Laura, ti amo.
Laura, ho bisogno di te.
Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati qualche anno fa. Sono molto cambiati. Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire. Gli esseri meno. Gli esseri non sono molto cambiati. Vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po' di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari. Ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l'altro. E poi l'amore, per fabbricarsi una felicità. Come noi ora. Una coppia, e ancora tante coppie.
E poi, e poi ancora una porta e ancora una casa. Sì, sì ma siamo convinti che sia un'altra cosa.

Perché abbiamo esperienze diverse
non può finir male
perché abbiamo una chiave moderna
abbiamo una Yale!
Perché è tutto un rapporto diverso
che è molto più avanti
ma c'è sempre una casa, con altre aspirine e calmanti.
E di nuovo mi trovo a marcire
in un'altra famiglia, la nostra, la mia
abbracciarla guardando la porta
e la mia poesia.
Amore, ti lascio, vado via.

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.

[parlato] Maria, ti amo.
Maria, ho bisogno di te... ma, per favore, in un hotel meublé.

Perché il giudizio universale
non passa per le case
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c'è spazio per verifiche e confronti.

C'è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l'unica salvezza
c'è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada
nella strada per conoscere chi siamo.


un grazie alla grandissima Francesca Gerli per la giornata di ieri_la speranza la vince siempre...

sabato 5 aprile 2008

Exp_1 Scritturae




Gilda l'aveva sempre saputo: un giorno l'avrebbe suonato, il violino.
E oggi giorno del suo ottavo compleanno nonno glielo aveva regalato.
Glielo aveva fatto trovare in soggiorno e l'aveva invitata ad avvicinarsi a quel pacco color fustagno vecchio come i suoi pantaloni lisi, e con quelle sue grosse mani contadine l'aveva toccato piano, lateralmente, con timida riverenza.
Lei con il passo leggero di una gatta timorosa si era avvicinata, ma subito, con estrema determinata precisione, aveva preso a strappare quella carta spessa. Ed ecco comparire tra gli strappi la forma sinuosa del suo violino.
-un violino parla con voce di donna.
l'unico commento del nonno, il primo e l'ultimo di tanti anni di note, il solo commento per l'intero arco di una giovinezza passata a ferirsi polpastrelli di virtuosismi geometrici, voli pindarici di interiorità femminile, barocchismi di sentimentalismo.
forse era quella la sola voce di donna a cui delegava di parlare nelle pause, nel bianco, fra le sue scabre parole di uomo rustico; era colei che avrebbe dovuto riempire con dolce voce femminile l'assenza che pesava in quella casa.
Ma lei, la voce di violino seppur parlasse spesso di pianti strenuamente eroici e di litanie femminili, quando non suonava, la lasciava a gelare delle pause del discorso, del vuoto che a tavola sembrava colmare la stanza.
La cucina intera era come sopraffatta da quel silenzio assordante, la pila di piatti puliti e ordinati che giacevano immobili nelle loro scansie, sembravano pronti a cadere spinti da un'invisibile forza, tutto quel vuoto che li opprimeva cercava di farli caracollare a terra con il boato febbricitante di un'esplosione.
cocci.
e allora il violino riprendeva a suonare, dire, incoraggiare.
Flebile eroica voce di donna, la musica la educava.

venerdì 4 aprile 2008

di cosa ci siamo dimenticati?



forse di quant'era bello Tenco quand'era rilassato

giovedì 3 aprile 2008

confessioni_l'uomo dal guanto



gioventù sì cara e fuggevole
pensata
incendiaria risata
inquieta tendenza
allo sceglier passo
gioventù tempo lasso
di attese e di gloria
poi solo memoria
ripercorsi giardini
incontri fugaci
se d'esser giovani
è l'esser rapaci
io scambiai la mia attesa
con un vago languore
bruciai tutto e soltanto
per un pittore

martedì 1 aprile 2008

Maestri_ Susan Sontag

Solo la letteratura ci salverà dalla dittatura del moderno

«Tutto è standardizzato, le storie in tv o su Internet non hanno moralità»

La letteratura racconta storie. La televisione dà informazioni. La letteratura coinvolge. È una ri-creazione della solidarietà umana. La televisione (con la sua illusione di immediatezza) distanzia, ci imprigiona nella nostra indifferenza. Le cosiddette storie raccontate dalla televisione soddisfano la nostra fame di aneddoti e ci offrono modalità di comprensione che si elidono a vicenda. (Ciò è rafforzato dalla pratica di punteggiare con la pubblicità le narrazioni televisive).

Tali storie affermano implicitamente l' idea che tutte le informazioni siano potenzialmente rilevanti (o «interessanti»), che tutte le storie siano senza fine - o che se si interrompono, ciò non accade perché si siano concluse, ma perché sono state spodestate da una storia più recente, più sensazionale, o più eccentrica. Presentandoci un numero illimitato di storie inconcluse, le narrazioni proposte dai media - il cui consumo ha drammaticamente inciso sul tempo che in passato il pubblico istruito dedicava alla lettura - offrono una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo.

Nella narrazione di storie praticata dal romanziere c' è sempre una componente etica. Questa componente etica non sta nella contrapposizione di una verità alla falsità della cronaca. Sta nel modello di completezza, di intensità, di illuminazione fornito dalla storia, e dalla sua risoluzione - che è l' opposto del modello di ottusità, di incomprensione, di passivo sgomento, e conseguente ottundimento dei sentimenti, offerto dalla sovrabbondanza di storie inconcluse disseminate dai media.

La televisione ci offre, in forma estremamente svilita e non vera, una verità che il romanziere è costretto a sopprimere in nome del modello etico di comprensione caratteristico dell' impresa narrativa: vale a dire, la consapevolezza che tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo. («Il tempo esiste perché le cose non succedano tutte contemporaneamente... lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te»). Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l' estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto.

Essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d' attenzione. Quando esprimiamo giudizi morali, non stiamo semplicemente affermando che una cosa è migliore di un' altra. Stiamo affermando, in modo ancor più fondamentale, che una cosa è più importante di un' altra. Ordiniamo la vertiginosa estensione e la simultaneità del tutto, a costo di ignorare o voltare le spalle a gran parte di ciò che accade nel mondo. La natura dei giudizi morali dipende dalla nostra capacità di prestare attenzione: una capacità inevitabilmente limitata, i cui limiti si possono, però, forzare.

Ma forse il primo passo verso la saggezza e l' umiltà sta nel rassegnarsi ad accettare l' idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale - che è anche quella del romanziere - di assimilarla (...). I romanzieri, dunque, assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale - sia in termini di spazio che di tempo. I personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato - «lavato dalle incrostazioni», come scrisse Henry James nella prefazione a Le spoglie di Poynton.

Tutte le storie reali sono storie del destino di qualcuno. I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili. Il destino della letteratura stessa è qualcos' altro. Intesa come storia, la letteratura è piena di sgraziate incrostazioni, richieste irrilevanti, attività prive di scopo, attenzioni improduttive. Habent sua fata fabulae, recita una frase latina. I racconti, le storie hanno un loro destino. Perché vengono disseminati, trascritti, mal ricordati, tradotti. Nessuno, ovviamente, potrebbe mai augurarsi che le cose vadano diversamente. La scrittura di narrativa, un' attività necessariamente solitaria, ha una destinazione che è necessariamente pubblica, comunitaria.

Tradizionalmente, tutte le culture sono locali. Una cultura implica barriere (linguistiche, ad esempio), distanza, intraducibilità. Mentre il «moderno» comporta, più di ogni altra cosa, l' abolizione delle barriere e della distanza; l' accesso immediato, l' appiattimento della cultura - e, per la sua inesorabile logica, l' abolizione, o la revoca, della cultura. Ciò che fa al caso del «moderno» è la standardizzazione, l' omogeneizzazione. (Anzi, «il moderno» è omogeneizzazione, standardizzazione. Il luogo per eccellenza del moderno è l' aeroporto; e tutti gli aeroporti sono simili, come tutte le città moderne, da Seul a San Paolo, tendono ad assomigliarsi).

Questa tendenza all' omogeneizzazione non può non incidere sul progetto della letteratura. Il romanzo, che è caratterizzato dalla specificità, può entrare in questo sistema di massima diffusione solo per il tramite della traduzione che, per quanto necessaria, comporta un' intrinseca distorsione di ciò che il romanzo è al livello più profondo, vale a dire non la comunicazione di informazioni, e nemmeno il racconto di storie intriganti, ma la perpetuazione del progetto della letteratura stessa, con il suo invito a sviluppare una forma di interiorità capace di opporsi alle sazietà del moderno.

Tradurre significa trasportare qualcosa al di là di un confine. Ma sempre più di frequente questa società, una società «moderna», ci insegna che non esistono confini - il che vuol dire, ovviamente, né più né meno che non ci sono confini per i settori privilegiati della società, oggi geograficamente più mobili di quanto sia mai accaduto nella storia umana.

E l' egemonia dei mezzi di comunicazione di massa - televisione, Internet - ci insegna che esiste una sola cultura, e che la cultura che si trova oltre i confini è - o un giorno sarà - sempre la stessa, con gli abitanti del pianeta che si cibano tutti alla stessa mangiatoia di intrattenimento standardizzato e di fantasie di eros e di violenza prodotte negli Stati Uniti, in Giappone, o dove che sia; tutti illuminati dallo stesso flusso infinito di frammenti di informazioni e opinioni non filtrate (anche se, in realtà, spesso censurate). Che da tali media si possa ricavare un qualche piacere e una qualche illuminazione è innegabile. Ma sono convinta che essi alimentano mentalità e soddisfano appetiti del tutto avversi alla scrittura (produzione) e alla lettura (consumo) della letteratura seria. La cultura transnazionale a cui vengono iniziati tutti coloro che fanno parte della società capitalistica dei consumi, nota anche come economia globale, è una cultura che, in realtà, rende irrilevante la letteratura - un mero servizio volto a darci quello che già conosciamo - e può trovare un posto all' interno delle strutture inconcluse che regolano l' acquisizione di informazioni e l' osservazione voyeuristica a distanza.

Ogni romanziere spera di raggiungere il più vasto pubblico possibile, di attraversare tutti i confini possibili. Ma compito del romanziere, a parer mio, è tenere a mente la falsa geografia culturale che si sta instaurando all' inizio del XXI secolo. Da un lato, attraverso la traduzione e l' adattamento nei media, abbiamo la possibilità di una diffusione sempre maggiore delle nostre opere. Lo spazio è, per così dire, sconfitto. Il «qui» e il «là», ci viene detto, sono in costante contatto tra loro e stanno convergendo con forza. D' altro canto, l' ideologia che sta dietro queste opportunità di diffusione e traduzione senza precedenti - l' ideologia oggi dominante in quella che passa per cultura nelle società moderne - si propone di rendere obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo, del romanziere, quello, cioè, di approfondire, e a volte, se necessario, di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino. Lunga vita al compito del romanziere.

© 2008 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A, Milano © The Estate of Susan Sontag, 2007 * * * Il saggio L' autrice Susan Sontag (New York, 1933-2004), è stata una delle più note e affermate scrittrici contemporanee, attenta osservatrice delle dinamiche culturali e delle realtà politiche e sociali. Di famiglia ebraica e di raffinata cultura cosmopolita, Susan Sontag si è occupata di letteratura, musica, cinema underground, di pittura e politica, di perversioni e pornografia. È autrice di molti saggi, di quattro romanzi, di una raccolta di racconti e di diversi testi per il teatro Il testo Il discorso, di cui in questa pagina pubblichiamo un ampio stralcio, è stato pronunciato dalla Sontag a Città del Capo e a Johannesburg nel marzo del 2004, pochi mesi prima della morte avvenuta il 28 dicembre di quello stesso anno, in occasione della prima conferenza dedicata al Nobel sudafricano Nadine Gordimer L' anticipazione Il testo finora inedito - dal titolo Nello stesso tempo: il romanziere e la riflessione morale - fa parte di una raccolta di saggi di letteratura e di politica che per i tipi di Mondadori con il titolo Nello stesso tempo (nell' originale At the same time, pagine 198, 17).



1. Il tempo, lo spazio e il limite. La letteratura come scelta morale.
Susan Sontag

Susan Sontag ha pronunciato un discorso a Johannesburg e a Città del Capo poco prima della morte avvenuta nel dicembre 2004 in cui esprimeva ciò che per lei significavano concetti come impegno e letteratura, anzi a dir bene letteratura come impegno.
Il testo, poi raccolto e pubblicato in una raccolta di saggi da poco edito dalla casa editrice Mondadori è stato intolato “Nello stesso tempo il romanziere e la riflessione morale”, contenuto nel libro, vero e proprio testamento spirituale, che così è stato intitolato: “Allo stesso tempo”.
Ed è proprio il “Tempo” la tematica centrale e scottante che nella sua lungimirante analisi la Sontag va a toccare e ad approfondire; la scrittrice nota infatti come la dispersione dei tempi data dai media (televisione e internet in particolare), produca delle storie sovrapposte, anedottiche, interrotte, tanto da arrivare a sostenere che questo tempo espanso ed esploso che produce storie schizofreniche e decentrate sia niente meno che “una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo” forse perchè va a violare la stessa possibilità di comprensione, e nell'accelerazione violenta che lascia passivi vi è la fonte di un'impotenza sconfortante e di una sconfitta annichilente.
Nella trama definita di un romanzo il tempo si produce anziché essere consumato, o annullato, poichè ”i personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato- “lavato dalle incrostazioni” come scrisse Henry James. (...)
I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili.”
Possibile scampo alla voragine che elimina il tempo sembrerebbe essere il ridurre facendo una scelta, talvolta dolorosa: quella di scegliere il lineare dispiegarsi di un tragitto, filo che esce dal caotico gomitolo per farsi tessitura, narrazione.
Perchè ci ricorda la scrittrice: “Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante.”
Nel progetto del romanzo è quindi insita la componente etica della scelta affrontata dal narratore nella decisione circa cosa descrivere e illuminare piuttosto che passare sotto silenzio, un silenzio comunque fecondo che sarebbe forse da rivalutare come futuribile possibilità.
Il tracciare la geografia di un lì distante da qui, dove si annidano altre storie, come nel buio vuoto di un quadro del Caravaggio si annidano le storie intime, private e tormentate dell'artista in cui solo l' umidità, la materia vile di stracci e bicchieri rotti orlati da un vino corposo rappreso come sangue, narrano di una vita scrutata da noi nell'ombra, con gli occhi della sola immaginazione, curiosità che traccia la storia nella sua alterità: del suo non essere scelta e volutamente rappresentata nella tela di cherubino ridente.
La scelta quindi, oculato giudizio di valore, diviene fondamentale poichè fonda la concentrazione di una visione e di un conoscere, che invece la dispersione della capacità di comprensione e di risposta, data dalla sovrabbondanza delle storie, annienta lasciando sgomenti.
Secondo la Sontag, la simultaneità degli eventi così come viene proposto dalla televisione offende l'umana comprensione portando ad un “ottundimento dei sentimenti”.
Il modello etico caratteristico dell'impresa narrativa è semmai, al contrario, quello che si auto definisce a partire da una limitazione, limitazione possibile solo quando viene implicitamente deciso un ordine di importanza in base al quale ridurre l'estensione dello sguardo, e dunque riferendosi ad un sistema valoriale definito.
“Tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo” ma “ il tempo esiste perchè le cose non succedano tutte contemporaneamente... lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te”
Spazio e tempo dunque sono categorie ben precise e definite in questo sistema, tanto da generare separazioni, distanze, frontiere...
A questo proposito viene in mente una frase di Borges in quel racconto intitolato “il giardino dei sentieri che si biforcano” che proprio del Tempo vuole sondare il mistero:
“poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me...”
La moralità di una scala di valori implicita, diviene bussola grazie alla quale io so decidere qual'è la storia importante, necessaria, quella che vale la pena che il mondo conosca, e che sta tutta lì nel decidere dove guardare.
La scrittrice prosegue dicendo che: “I romanzieri assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale- sia in termini di spazio che di tempo.”
Restringimento, limite, demarcazione dunque, a questo proposito è affascinante analizzare il concetto di frontiera, fortemente ribadito dalla Sontag per rispondere e controbattere all'illusione mostruosa di essere ovunque del “sistema moderno”, che abolendo le barriere porta a definire una geografia fittizia omogenea, e standardizzata.
La pluralità reale si manifesta nella specificità; e così la cultura si manifesta nel suo essere situata, locale, radicata:
“una cultura implica barriere (linguistiche ad esempio), distanza, intraducibilità.” il moderno al contrario: “comporta più di ogni altra cosa, l'abolizione delle barriere e della distanza; l'accesso immediato, l'appiattimento della cultura – e per sua inesorabile logica, l'abolizione o la revoca, della cultura.” e poi prosegue trafiggendo ancor di più il cuore del problema: osserva le città che si ripetono nelle strutture, tutte identiche, con il centro storico lustro e artefatto, ponendo come modello esemplare di tutta una concezione dell’abitare gli spazi, il non luogo principe: l'aereoporto.
“Tutto è intorno a te”, “Non esistono confini”: questo è ciò che il moderno dice, ed è ciò di più lontano dalla specificità, e dallo stilo appuntito dell'unicità letteraria.
Fondamentale è allora il richiamo della Sontag alla perpetuazione del progetto della letteratura che invita a sviluppare “una forma di interiorità capace di opporsi alle sazietà del moderno” (...)
“nel rassegnarsi ad accettare l'idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale- che è anche quella del romanziere- di assimilarla”(...)”
Che sappia autoimporsi un limite dunque, anche personale, che sappia identificare un'impossibilità laddove esiste; che non abbia paura di essere anche locale, impopolare senza per questo voler significare elitarismi od esclusioni, ma forse solo umiltà, e maggiore consapevolezza che l'autentica apertura all'altro non sta nell'eliminazione della sua diversità inquietante, ma nella accettazione e nell'apertura coraggiosa, inedita e visionaria, data dalla capacità di cumpassione, “di sentire con l'altro”.
Purtroppo però, e questo farà dispiacere molti, questa cumpassione non nasce facilmente dalla vacuità di un sentirsi al sicuro e protetti, nasce piuttosto dal rischio, dal disordine provocato molto spesso da una ricerca che ci rende esposti, che spinge ad uscire dal conosciuto e classificato… da una maledetta febbre di vita che si nobilita.
L'annullamento della frontiera che genera il contatto tra “qui” e “là” dato dalle nuove tecnologie, e dalla possibilità di spostamenti a largo raggio, può alla lunga creare un racconto standardizzato e forse anche pericolosamente dogmatico, poiché unico.
Lo spazio così sconfitto da una cultura transnazionale, rende al tempo stesso irrilevante la letteratura, che a questa dimensione è profondamente legata.
E conclude la Sontag “l'ideologia che sta dietro queste opportunità di diffusione e traduzione senza precedenti- l'ideologia oggi dominante in quella che passa per cultura nelle società moderne- si propone di rendere obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo del romanziere, quello cioè di approfondire, e a volte se necessario, di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino. Lunga vita al compito del romanziere.”
Atto sovversivo, luogo di igienità mentale, lo scrivere è mettere in ordine il mondo nelle sue dimensioni di tempo e spazio, unicum sovrapposto, dandogli definizione, partecipando di un limite, che almeno la letteratura, insieme alle arti che cercano autenticità, possa continuare a farlo.

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