venerdì 31 ottobre 2008

progetto pubblico_Alfredo Jaar


mercoledì 29 ottobre 2008

un'ipotesi a caso...

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

sabato 25 ottobre 2008

con te




Quanto vi corsi qui tra le viole e i papaveri, quanto vi piansi di sbucciature e corse spente, primi bollori di lotte dure, a terra tra i piccoli serpenti, gli occhi a sera che bruciavano di polvere e vento.
La bicicletta mi scarrozzava ovunque, veloce con le nuvole in cielo di panna montata illuminate fino a sera inoltrata.
Quanto vi corsi in questo spiazzo di sale, eppure adesso non mi ci rigiro neanche.
Cresce una casa nel giro di una stagione e i grilli dei campi non cantano più, mi devo sempre più inoltrare tra pannocchie mature per sentire l'umore che il sole fa sprigionare alla terra, per sentire i suoi abitanti vivere e saltare, cantando alla luna un cicaleccio vacuo e remoto eppure a me così usuale, così normale, che senza non vivo e mi fa male.
Perchè mi viene in rima non lo saprei dire, ma certo c'entrano l'acqua del ruscello e gli attrezzi nel fienile del nonno, la sua canottiera smangiata, le braccia magre e nervose, i tendini vivi e quei suoi muscoli attenti. La toeletta alla sera, il suo deodorante pesante, la riga di lato, il riporto contro il buco dai capelli lasciato, capo levato.
Ma stare in mezzo, stare in mezzo sempre, non levarsi: bere vino e accontentarsi, delle amicizie parenti, vicine, convenienti, perchè quando si è soli, si sta come cani senza rimorsi e senza ritorni, e con tanti padroni.
Sarà per tutto questo che stasera mi viene un poco di rima, per allontanare la fatica di ricordare, il masso macigno che dopo essere lacrima, diventa ghigno.
Dove stavano i grilli e i loro salti, stava anche il pallone nelle nostre mani, incollato ai piedi, il sudore, la lotta, la sfida e la rivolta agli orari ristretti di genitori apprensivi che anche ad agosto ci volevano chini, a casa, magari a studiare, perchè la disciplina era il loro dovere, e il loro modo di volerci bene.
Ma noi lo sapevamo, per questo potevamo ignorarla ogni tanto quella signora scontrosa, che ci veniva a cercare, e se non ci trovava si appostava più tardi dietro alle porte, e se ne perdevi il passo erano botte.
E giocavamo, giocavamo tanto.
Perchè giocare era una cosa seria, altro che grandi. Giocare era vivere dieci volte, più impegnati, concentrati. Ti esponevi e ti rivelavi e nel gioco capivi, significava valere per quel che si era, e quel che si era in fondo si riduceva ad una sola cosa: l'onore, e da qui non si scappa, l'onore c'è o non c'è.
O si era forti e coraggiosi o malandrini e mediocri.
E non si scappava, l'onore era tutto, e nel gioco lo potevi capire chi ci aveva la stoffa, e chi di servire.
Ma la cosa che si capiva poi subito dopo era che l'onore non aiutava, non arricchiva di risultati e vittorie, al contrario era un fardello, un macigno pesante, come avere la testa troppo pensante mentre si tira un rigore. Si sbaglia per forza di troppo volere.
Se succedeva qualcosa, una cosa qualsiasi, si era subito interpellati noi dell'onore con l'onore e per l'onore, e spesso senza colpa investiti dell'altrui responsabilità che apriva le spalle le faceva più grandi, capaci di portare la fatica nascente di un ruolo, e un poco le piegava come ali sforzate da un vento contrario ed imponente, come fatica crescente.
Disciplina, rigore, codice scritto, quel che dovevi era rigar dritto.
E tutto il resto? Le divagazioni, le storte, le bruciature, le risate curiose, le paure?
La compassione e la voracità vitale, possibile dovesse finire prima di cominciare?
E tutto per un capriccio, una capriola violenta, che rigirata, nel suo esserci, assenta.
Il profumo di un fiore e l'ape che lì vi si insinua hanno a che fare con la regola scritta?
Mi giurarono di sì, me lo dissero più volte che persino il vento fosse costretto da queste voglie, ma io davvero non lo credetti mai, lui si leva e si cheta, non si contenta, non dorme, lui non si adagia su schemi e forme.
Il vento, e il cielo mi hanno educato, forse fui libero come un guerriero, Achille mi chiamavano ed io ero fiero.
E poi mi ricordo certi azzurri di cielo, nelle pitture generose e possenti di chiesette campagnole, sui nostri percorsi accidentati dopo acquazzoni, tutti bagnati, erano quelli di certe giornate sgombre di fine aprile quando sembra di intuire l'inizio di quel che deve venire.
E correre, e saltare, con tutto questo negli occhi e nel cuore, con solo questo e crederlo sole; credendo che il mondo non sia altro che il brivido prima del salto: di queste case, chiese, campi ed aiuole; giochi, vento, compagni ed onore; stelle, luna, e qualche dolore.
E poi come si fa ad accettarlo, come si fa ad accettare di vedere tutto questo così sconfitto, così ristretto, ridefinito: tutto il mio mondo così avvilito.
Sono cresciuto tutto in una notte.
Tutto in una notte, veloce e sudato, un malandato mal di capo, torcicollo che non ti permette di togliere sguardo, dal tuo presente che ti sembra lontano...
sono cresciuto tutto in una notte, scoscesa, di percorsi fallaci quando vidi una panchina per quello che era. E l'anima fatua della sera, che ci riuniva e la falsità di una scintilla negli occhi: “cos'altro vuoi perchè io ti tocchi?”
tu ridi, ma fa freddo e nemmeno questo pungente profumo che amiamo può farci amici in questa notte di fine novembre, in cui le stelle ci parlano da dietro le nubi, ma ascoltarle è impossibile, fioca è, troppo fioca, la loro voce, come la tua luce damina d'amianto, che se ti tocco non è mai schianto.
Io non reggo alla vista di questo squallore, davvero lo temo, deprivazione di tanto amore, sperato, presentito, desiderato.
Onore di un dovere, dover arrivare, poter dimostrare quanto si vale, non solo a parole, del valore occorso, di una fatica attenta di un passo lento, maledetto che mi ha sempre fregato, me che bruciai di fretta congenita, di un'intensità fugace; io fui mite piuttosto e veloce, poco incisivo forse, di certo atroce.
Ma mia sorella? Per lei sono tornato? Dov'è la timorosa, la bambina piagnucolosa?
La mia donna di ferro, dove riposa?
Non ditemi qui, dove tanto io risi.
Cara i tuoi pianti li ho recisi, come fiori di campo per far tornare un conto, non so se la regola è stata seguita, ma certo l'ho fatto per ripulir la memoria e dare a te una nuova storia.
Ti racconterò perciò sorellina, racconterò la mia vicenda ruberò l'oro dai miei giorni per impreziosire la tua eco. Ruberò l'infelicità delle giornate spente e la tingerò di porpora lucente, e così farò corona a questo campo.
Vivrai sorellina dell'inutilità stanca di certe giornate, ma con me vedrai miriadi di particolari vividi.
Vivrai sorellina come non hai mai saputo, perchè tu giaci e riposi nello spazio e nella terra dove giocai e vociai la battaglia, facendo prove generali di tempesta.
Vivrai con me, nei miei giorni e nei ritorni, nel racconto dei dintorni dove sta la grande storia, sarai con me sempre, unita in vivida memoria, la buccia e la scoria di un desiderare, lì dove spenderai oziose parole, l'azione, l'amore, al posto mio e insieme a me, donna di ferro sarò lì con te.

martedì 21 ottobre 2008

appuntamento_Milano

Associazione Studenti Amici dell'Università Cattolica e FUSIORARI.ORG

PRESENTANO

Il valore sociale dell’informazione contro corruzione e malaffare

VENERDÌ 7 NOVEMBRE 2008
Università Cattolica del Sacro Cuore
Largo Gemelli, 1 – Milano
@ Aula Bontadini Ore 9:30 – 12:30
INGRESSO LIBERO

INTERVENGONO:
RITA BORSELLINO Deputato, Regione Sicilia
VINCENZO CONSOLO Scrittore
LUIGI DE MAGISTRIS Magistrato
CLAUDIO FAVA Deputato, Parlamento Europeo
ALBERTO MATTIOLI Vice Presidente, Provincia di Milano
LUCIANO MIRONE Autore de Gli insabbiati, ed. Castelvecchi

MODERANO:
FAUSTO COLOMBO Professore di Teoria e tecnica dei media,
Università Cattolica del Sacro Cuore
ANTONIO ALIZZI Direttore Responsabile, Fusi Orari
Dottorando, Università Cattolica del Sacro Cuore

Per maggiori informazioni
redazione@fusiorari.org

Associazione Studenti Amici
dell'Università Cattolica

sabato 18 ottobre 2008

pioverà

mercoledì 15 ottobre 2008

PER UNA MORGANA



Tu chiedi maggiore concretezza
dormire nel campo con la brezza
Coltivi terra e senti le casse nella schiena
Quando imbrunisce e viene sera

le carte impilate fatte di conti
Album fotografati di racconti
lu cuntu de lu mare
Stare un anno in una torre
assolata e che soccorre

Fare teatro
O fare campagna
L’importante è agire
risoluta compagna

“Forse non è importante quello che fai
La strada è la stessa lo capirai
L’importante è il modo
La tua coscienza tutta questione
Di presenza”

Grazie forse già te l’ho detto
Antica madre
Morgana di petto

venerdì 10 ottobre 2008

nuda veritas














IL
SOGNO DI ALICE E' UN RISVEGLIO COLLETTIVO

martedì 7 ottobre 2008

EXHIBITION

Tu mi chiedi lontano un vetro, dipinto sembri dalla mano di un Lotto, quanto costa questo quadrato di cemento, no non la vedi tu la spirale d’attesa dove Brunilde lotta con l’angoscia di sapere dov’è Sigfrido.
Non senti tu le acute, stridule grida, che all’opera chiamano gorgheggi, e di Wagner fanno la festa e l’onore per tutti.
No per te solo silenzio e assedio, antico bellissimo vacuo ragazzo, che mi chiedi soltanto il prezzo della merce esibita nella teca.
Il numero esatto della combinazione, chissà mai di riuscire a scassinarla novello Lupin con mano fatata.
Mio Sigfrido, non trema il tuo cuore; solo il fiato ha un vago cadere, interrompersi per poi riprendere brusco, risoluto nel suo intento.
E allora algido è il mio cuore di fiamma, lo so avresti preferito l’assonanza tormentosa delle nostre calde estati...
Eppure questi son tempi classici, più antichi di quel che si pensa. La decadenza ha sempre il fetore del passato, e la nostra non fa eccezione: i broccati grondanti di unto, dicono quel marcio opulento che esternandosi afferma che in fondo è proprio tutta questa civiltà la vera cancrena, e tu fatato sguardo disperso hai ragione a chiedere il prezzo di questo ozio affaccendato che chiamiamo pensiero, cultura.
Inutilità di struttura.
Mentre un Paese affonda di debiti e nodi, tu cupo e ingrigito, giovane e antico, bellissimo araldo di un nuovo sorgere, richiami alla concreta vita, uccidi l’anima ma trovi una via d’uscita.
Noi siamo incapaci, non sappiamo deciderci, siamo dei polli assorti, dei pazzi che sognano sempre.
Antico Lotto, lottizzaci l’animo a caro prezzo, perché di una sola cosa siamo certi: inenarrabili saranno i dispersi e le cose che non verranno, e di quel che ci sarà poco ci importa.
Ricordati anche un goccino di anestetico, le nostre bruciature valgono doppio, bruciano di più, in compenso sappi che noi duriamo meno a questo stridere, alla violenza sorda del passo grigio, alla mancanza di un antico vero sentire.
Ma adesso anche la mia pelle di pesce lunare è richiusa nella stessa tua tuta da sub, blu notte.
La cerniera l’ha occultata, adesso sono pronta, posso dirti il prezzo, mi tengo forte, provo la pressione, alzo una pinna poi l’altra.
Non so quel che dico, ma vedo sorridere il tuo sguardo di uno scintillìo triste, è solo un attimo.
Poi mi giro e mi allontano a passi regolari, veloce, ma ancora ti posso vedere, con la schiena, e so che non hai alternative.
Il futuro è sempre stato un abile scassinatore.

lunedì 6 ottobre 2008

il fondo oro

ETERNIT

E io dico vabbè
Ognuno deve darsi grazia da sé
Senza se
Ognuno deve per sé
Ricorda tu che me lo dicevi piano
Sotto un porticato
Chiaro della luce dei lampi
I tuoni sparano a salve
Se tu mi trattieni i lombi
i tuoni sconvulsano atoni
Se tu mi trattieni
I ricci
i capelli stinti
cadono finti

Se tu mi trattieni
Con questo tuo prepotente
Amore
Io vivo metà di calore
in luce piena
Non nella fiera
Solitudine avversa
vita cercata
Nella natura persa
Siamo animali
Che vivono sotto cieli di eternit
Farraginosi diversi
Tinture dorate stinte dallo scroscio
vernici e pulviscoli dispersi

Nella cieca fedeltà del nulla
L’eternità non ci somiglia
Meglio questa ruggine
questa fanghiglia



CALCINACCI

La polvere che tu soffi
La inspiri tutta dal naso
Calcinaccio dolente
Distruzione evidente
Un Millennio
È uno sguardo adiacente

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