martedì 24 febbraio 2009

_tempo



Quando inizia l'arte contemporanea? Il giorno in cui Marcel Duchamp, con lo pseudonimo di R. Mutt, espone a New York un orinatoio rovesciato col titolo Fontana. È il 1917, l'anno della rivoluzione d'Ottobre. Secondo il filosofo Jean-Luc Nancy, Duchamp compie in questo modo un gesto di rottura con la stessa arte moderna, gesto decisivo e complesso: "questa è arte" "che non ha nulla in comune con nessuna delle creazioni di forme artistiche conosciute". L'arte contemporanea è diventata oggi, a 90 anni di distanza da quel gesto, qualcosa di fruibile, di usabile e soprattutto di vendibile. Ha un valore commerciale, un prezzo; la si riproduce e la si vende in edicola: sotto forma di libri arriva nelle case di tutti. Tutti conoscono Picasso, il Surrealismo e il Dada. Li si insegna a scuola e le sale dei musei di arte contemporanea sono piene di ragazzini in visita guidata: anche loro fanno collage. È trascorso quasi un secolo ma si può ancora parlare di contemporaneo? Cosa è esattamente il contemporaneo? Contemporaneo è sia un aggettivo che un sostantivo, un periodo storico e una nozione filosofica. Viene dal latino: "che vive e si verifica nello stesso tempo". Il tempo è la sua forma e sostanza. Noi tutti, ci ricorda Federico Ferrari, curatore del volume Del contemporaneo (Bruno Mondadori), siamo da sempre nel tempo: nasciamo entrando nel tempo e moriamo uscendo da esso. Eppure l'esperienza di "essere nel tempo" è una delle più difficili da pensare. La filosofia, da Parmenide a Heidegger, ci si è arrovellata. Tuttavia il problema che si pone, nel momento in cui si cerca di capire cosa sia il contemporaneo (arte, letteratura, filosofia, ecc.), è: rispetto a quale tempo siamo contemporanei? Il tempo dell'arte oppure il tempo del mondo? C'è un solo tempo, quello cronologico, tempo che scorre in modo uniforme dal passato verso il futuro? Oppure esistono invece più tempi, fratture temporali e cesure profonde come Walter Benjamin, ma anche astrofisici come Hawking, ci dicono da parecchi decenni? La questione non è di facile soluzione, anzi, diciamo francamente: la sua definizione è già un problema. Duchamp, eterno provocatore, ha definito l'arte come un rendez-vous, una sorta di appuntamento senza appuntamento, cioè un incontro – sono parole di Nancy – tra colui che è chiamato artista e qualcosa che egli sceglie in un determinato istante, interpretandolo come una forma: l'orinatoio, lo scolabottiglie, la ruota di bicicletta. L'arte contemporanea – ma questo vale in buona misura anche per la letteratura – rende conto di sé e del suo stato informe. Nathalie Hienich, che ha dedicato al problema un libro molto discusso in Francia (Le triple jeu de l'art contemporain, Minuit), sostiene che l'arte moderna si differenzia da quella classica non per l'uso degli strumenti (pittura su tela, scultura su piedistallo) bensì "per l'espressione dell'interiorità dell'artista". L'artista si "esprime". L'arte contemporanea si differenzia da quella moderna per la sua logica trasgressiva, quella delle Avanguardie: trasgredisce i criteri artistici propri sia della tradizione classica sia di quella moderna. Detto altrimenti: il valore di Fontana non sta nella materialità dell'orinatoio, bensì nell'insieme di atti, discorsi e immagini attivati dall'iniziativa di Duchamp. L'attenzione non è posta più sull'oggetto ma sulle mediazioni possibili tra l'artista e lo spettatore: racconti, leggende biografiche, performance, interpretazioni, ecc. Sarebbe, per dirla in modo più complicato, ma interessante, il passaggio dallo "stile" al "genere", che è poi il modo con cui comincia il postmoderno in letteratura. Di fronte al contemporaneo bisogna mettere in gioco una distinzione fondamentale tra due termini: "contemporaneo" ("con-tempo") e "attuale", "ciò che è in atto". Il contemporaneo esprime una potenzialità possibile, qualcosa che può essere, qualcosa che è rivolto verso il futuro; l'attuale si realizza invece tutto nel tempo presente, perché è già in atto. Un piccolo e raffinato saggio di Giorgio Agamben cerca di rendere conto di questa sottile ma decisiva idea del tempo. Che cos'è il contemporaneo? Si chiede il filosofo. Si risponde con Barthes: è l'intempestivo. Il contemporaneo è l'inattuale, si situa, per dirla col Nietzsche delle Considerazioni inattuali (1873-76), in una sconnessione e in una sfasatura. La parola che usa Agamben è anacronismo. Non nel senso che l'artista o lo scrittore contemporaneo vive in un altro tempo: aderisce al proprio tempo attraverso una sfasatura; chi coincide troppo pienamente col proprio tempo non è davvero contemporaneo. Per spiegare questa sorta di paradosso Agamben esamina la poesia di Osip Mandel'štam "Il secolo", morto nel Gulag staliniano: il poeta deve tenere fisso lo sguardo sul suo tempo, per percepirne non le luci, bensì il buio. Per chi esperisce il contemporaneo, tutti i tempi sono oscuri. Si tratta del medesimo atto proposto da Duchamp: un appuntamento che non avviene dentro il tempo cronologico. È il già-e-non-ancora del tempo della salvezza cristiana, tempo intermedio tra la venuta di Cristo e il suo ritorno, Parusia. L'arte e la letteratura nel Novecento hanno sentito l'attrazione per l'arcaico, inseguito il primitivo; avevano compreso che l'accesso al tempo è un problema archeologico: cercare e trovare un tempo che non è il proprio. Agamben procede attraverso immagini e metafore per farci intendere che il tempo del contemporaneo è necessariamente discontinuo: l'artista contemporaneo divide e interpola il proprio tempo, lo mette in relazione con altri tempi, scava nel passato per giungere nel futuro. Per questo bisogna diffidare di ogni arte e letteratura che pretende di farci davvero capire il nostro tempo: nel contemporaneo tutto deve ancora accadere. E insieme è già accaduto.


Marco Belpoliti

venerdì 20 febbraio 2009

il compito



Il compito più difficile rimane vivere, e scegliere che persone essere, a volte è la vita che sceglie per noi, ci mette in certi contesti piuttosto che altri, pota rami e possibilità a volte duramente, ma quello che non potrà mai fare è decidere la modalità della nostra presenza: quella dipende soltanto da noi, dalla nostra vitalità e responsabilità, dalla nostra capacità di fedeltà e relazione onesta con noi stessi, con i nostri impulsi più profondi, che non vanno mai traditi.
La modalità della nostra presenza, significa primariamente onestà di atteggiamento, aderenza alla verità profonda del nostro essere.
Qualsiasi cosa si faccia, in qualsiasi luogo ci si venga a trovare, qualsiasi sia la prova da affrontare, bisogna cercare di essere fedeli al dettato interiore di se stessi; solo così a sera, si potrà riposare la volontà nella salda mano della natura, in pace con gli uomini e con l'essenza che tutto penetra.

Trovare se stessi, questo è l'enigma della Sfinge.
Conoscere se stessi, è un profondo perdersi nell'altrui forma.
Ma a riportarla all'unione, alla sintesi, è la coscienza che si chiama Dio.
coscienza che ubbidisce, non si alimenta di propositi, ma si spoglia dei propri per fare la sola santa volontà dettata da una coscienza interiore, che più è tale ed affinata più è contraria al proprio "interesse" umanamente inteso.
Quando la vera coscienza parla, bisbiglia spropositi, azioni di violenza inaudita verso se stessi.
per questo i santi si vergano, perchè desistono timorosi e non seguono la Voce che li chiama all'assurdo.
Si puniscono della codardia, si puniscono della lassa pigrizia, che non li rende splendidi e acuti.
perchè quello che l'uomo più teme è questa sua veste di luce.

Allora la modalità di presenza è continuo controllo, rapporto, ma anche ascolto e dispersione di sé nella più alta consapevolezza.
Raziocinio e assurdità, amorosa perdita e saldezza.
Mai compito fu mai più arduo: trovare la stasi di equilibrio in un mondo in perenne mutare.
Per fortuna in fondo nulla accade per nostro merito, e per nostra sola colpa, infatti dove la volontà non fu corrotta l’errore stesso si nobilita. E dove non ci fu pazzia amorosa, visionaria attesa, il sogno non diviene durevole.

martedì 10 febbraio 2009

appuntamento_milano

lunedì 16/02/09 - h. 21.00

MILANO - Teatro Filodrammatici (Poetiche per costruire)

Spazio poetico urbano con Giancarlo Consonni, Ugo La Pietra, Giulio Calegari, Valentino Ronchi, Paolo Valentino e Marco Bin – installazioni Gabriella Sacchi



POESIAPRESENTE2009
Poetiche per costruire
Secondo ciclo della stagione poetica PoesiaPresente, giunta alla III edizione
2 incontri al Teatro Filodrammatici di Milano
INGRESSO LIBERO

Lunedì 16 febbraio h. 21.00
MILANO Teatro Filodrammatici via Filodrammatici 1 (ingresso Piazzetta
Paolo Ferrari, 6 - MM Duomo, linee 1 e 3)
SPAZIO POETICO URBANO
Giancarlo Consonni (poeta, urbanista)
Ugo La Pietra (artista, architetto)
Giulio Calegari (artista-performer e paletnologo)
Valentino Ronchi, (poeta, libraio e editor)
Paolo Valentino e Marco Bin (la giovane poesia a Milano)

Giancarlo Consonni, poeta e urbanista, non si rassegna alla lenta
apocalisse che avanza: "- i quattro cavalieri sono oggi l'insicurezza,
l'esaurimento del ciclo vitale, la bruttezza e la perdita di senso -,
un'azione trasformativa responsabile non può che assumere come
riferimento il trinomio urbanità, sostenibilità e bellezza." Ne sono
testimonianza i versi del suo "Poesia tra campagna e città".
Il film d'artista "Interventi pubblici per la città di Milano" di Ugo
La Pietra ironizza sulla esasperante presenza di "paletti e catene"
(dissuasori urbani simbolo di violenza e separatezza): da quando è
stato girato (1979) ad oggi cosa è cambiato?
Valentino Ronchi con "Milano e i libri" narra di un giovane che, dopo
la scelta di un totale disimpegno intellettuale, vive comprando e
rivendendo vecchi libri. Paolo Valentino con "L'orologio sul cantiere"
racconta della Fiera di Rho-Pero, il cantiere più vasto d'Europa che
prende forma alle porte di Milano. Il canto lento, quasi pregato,
inutile quanto vitale di Marco Bin punta i riflettori su "Clara
memoria" e Milano (sassofono contralto di Nicolò Francesco Ricci,
chitarra di Marco Giongrandi).
Giulio Calegari nella performance "Centro d'attenzione fluttuante -
Milano" (voce Stefania Romano), mostra la vocazione di Milano ad
essere una grande zattera che galleggia sulle sue acque sotterranee.
(courtesy Dieci.Due! International research contemporary art - Milano)

Installazione "Una terra altrove" della ceramista milanese Gabriella
Sacchi abiterà il Teatro Filodrammatici. L'opera della Sacchi,
felicissimo connubio tra scrittura e ceramica, tridimensionale
"letteratura da viaggio" in grés, costituisce uno stimolante
contributo estetico-critico al senso del migrare oggi.

PoesiaPresente 2009, la stagione poetica che da tre anni porta la
poesia contemporanea attraverso i luoghi della nuova provincia di
Monza e Brianza, fa tappa al Teatro Filodrammatici di Milano con un
doppio appuntamento: "Spazio poetico urbano" (lunedì 16 febbraio 2009)
e "Milano terza generazione" (lunedì 23 marzo 2009)
L'intento è quello di contribuire al progetto della città di Milano
anche riqualificandone il senso poetico.
Le parole del poeta, la sensibilità e l'esperienza di artisti,
urbanisti, architetti, insieme alla voce degli abitanti, possono
indicare le vie per costruire quel luogo in cui è possibile ritrovare
ciò che Ugo la Pietra ha riassunto nello slogan: "abitare è essere
ovunque a casa propria".


organizzazione: Mille Gru ass. culturale
In collaborazione con: PeACe - Periferie al Centro
Con il sostegno di: Confcooperative Lombardia; eThica? (Teatro Filodrammatici)

INFO: www.poesiapresente.it - info@poesiapresente.it - 340/2880586 - 347/0685951

Archivio blog

Informazioni personali

Lettori fissi